Sulle Alpi alto atesine la concimazione spinta dei prati-pascolo non gioca a favore della conservazione della biodiversità

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La concimazione spinta dei prati-pascolo può comportare problemi per la conservazione della biodiversità. Il progetto di ricerca “Monitoraggio della Biodiversità”, su iniziativa dell’EURAC Research, ha per oggetto proprio lo studio dell’evoluzione del paesaggio altoatesino attraverso l’analisi di gruppi tassonomici o specie sensibili ai cambiamenti ambientali indotti dall’azione dell’uomo. Grazie al progetto sono costantemente monitorati 320 siti in ecosistemi terrestri e 120 in quelli acquatici in tutto l’Alto Adige, per un totale di 7.400 Kmq ed una incredibile varietà di ambienti. Questa attività sperimentale è finanziata della Provincia altoatesina e viene condotta dall’Istituto per l’ambiente alpino di Ricerca Eurac in collaborazione con il Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige, l’Ufficio natura, paesaggio e sviluppo del territorio e l’Ufficio agricoltura.

Dai primi risultati si comincia a comprendere che, all’interno del territorio provinciale, la concimazione spinta dei prati soggetti a pascolo e/o fienagione (che vengono fatti penetrare spesso fino ai 1.700-1.800 di quota slm) avrebbe conseguenze deleterie per quanto riguarda la quantità e qualità di specie floristiche potenzialmente presenti, dunque per la conservazione della biodiversità. In sostanza, se da un lato questi erbai rappresentano per i bovini la fonte certa di alimentazione sia durante il periodo estivo che quello invernale, dall’altro il livello in biodiversità che hanno questi ambienti sarebbe piuttosto misero, a scapito della naturalità che questi paesaggi alpini da cornice dovrebbero invece possedere.

Descrivere in poche parole il concetto di biodiversità non è impresa semplice. Si pensi ad un mix fra semplice quantità di specie presenti in un luogo, unito a diffusione, distribuzione e stato di conservazione di ognuna, unito ancora a come questo insieme di specie interagisce al suo interno così da formare comunità ed ecosistemi. Si ricordi che un ecosistema in buone condizioni non è solo auspicabile per le specie che lo compongono, ma anzitutto che esso fornisce insostituibili “servizi ecosistemici” all’uomo, quali: impollinazione, acqua potabile, aria pulita, specie cacciabili, rigenerazione psico-fisica dell’uomo ottenuta per mezzo di attività turistiche ecosostenibili etc. Quando si hanno ecosistemi ad alta valenza ecologica, allora questi sono sinonimo di territori caratterizzati da forte naturalità, da tutelare come un bene prezioso.

Che la quantità e qualità delle specie floristiche caratterizzante i prati soggetti a concimazione spinta siano piuttosto basse è appunto uno dei primi risultati della ricerca qui descritta. Emerge ad esempio come la preponderante presenza del tarassaco Taraxacum officinale, specie erbacea tollerante alti livelli di nutrienti nel terreno e responsabile delle diffusissime fioriture gialle, sia indicatrice di elevate quantità di azoto, derivanti appunto dagli elevati quantitativi di letame che vengono riversati sui prati dagli agricoltori al fine di ottenere più fienagioni durante la stagione primaverile-estiva oppure condurre al pascolo gli animali allevati.

Che le quantità di azoto riversate sugli ambienti aperti sia elevata (in particolare intorno ai nuclei abitati) è facilmente desumibile a seguito di un veloce confronto con prati posti più in quota, dove i mezzi meccanici arrivano con maggiori difficoltà e anche la pressione del pascolo è generalmente minore (ovvero si pratica un pascolo “dolce”, che rappresenta la forma ideale di sfruttamento del suolo). Qui i prati possono definirsi “magri”, in quanto poveri di nutrienti, ma al contempo ricchi in biodiversità, nei quali si ha una flora molto più varia (si possono contare fino a 80 specie erbacee per 100 mq), la quale a sua volta rappresenta l’habitat di molte più specie faunistiche, tutti elementi che sono garanzia di ambienti naturali. Al contrario, dove la concimazione è eccessiva si riduce la variabilità delle specie erbacee, che dallo studio risulta essere di circa una decina di specie per 100 mq.

In generale dunque andrebbe condotta una concimazione meno impattante, ma andrebbero svolte anche considerazioni di dettaglio. Infatti dovrebbero essere meglio analizzati, in modo puntuale, sia i luoghi interessati dalle concimazioni (un’area naturale protetta o un sito Natura 2000 non hanno lo stesso valore ecologico di un prato a ridosso di un grande centro urbano), che le specie floristiche e faunistiche coinvolte dall’azione. Attraverso lo svolgimento delle apposite valutazioni ambientali previste dalla legge, come la valutazione di incidenza ambientale VIncA e la valutazione ambientale strategica VAS, sarebbe possibile garantire un maggior rispetto dell’ambiente e la presenza di ambienti più naturali.